mercoledì 3 giugno 2015

Il "Design for all" e il disastro dell'inclusione scolastica

Mi sono stancato di sentir parlare di “Design for all”, quell’etichetta terminologica ab/usata da chi tratta tematiche relative all’accessibilità e all’usabilità; il termine “Design for all” inizia ad apparire frequentemente sui testi specialistici, nei convegni attinenti alla pubblica istruzione e al patrimonio culturale. Si tratta di un termine dal fascino anglosassone che anch’io ho frequentemente utilizzato ma, solo oggi, con grave ritardo, mi rendo conto come questa etichetta terminologica sia superficiale e contraddittoria.
Mi riferisco soprattutto, ma non solo, alla scuola pubblica; gli istituti specializzati per ragazzi non vedenti, ad esempio, sono stati chiusi da decenni, sbandierando il vessillo politico dell’integrazione e dell’eguaglianza fra i ragazzi. Questi istituti fornivano personale specializzato, sussidi didattici adeguati e la possibilità di confrontarsi continuamente con altri ragazzi affetti dalla stessa minorazione visiva, ma comportavano lo sradicamento del ragazzo non vedente o ipovedente dall'ambiente sociale in cui era nato e la pressoché totale assenza di confronto con i coetanei normovedenti. Dal 1976 i bambini non vedenti ed ipovedenti sono stati inseriti nelle “scuole comuni”, si sono così ritrovati scaraventati in aule cosiddette “normali” dove possono convivere forme di disabilità diversissime fra di loro.
Un compito non facile ha coinvolto: insegnanti, famiglie, associazioni, architetti… spesso con un’ottica troppo monografica, priva di vere linee guida.
Ciò a cui abbiamo assistito è la naturale evoluzione che passa da Louis Braille alla consapevolezza della disabilità fisica dovuta allo scempio della prima guerra mondiale. Il tema dell’invalidità e delle disabilità acquista nel primo dopoguerra rilevanza sociale e di conseguenza economica, politica e culturale.
Mi chiedo: è possibile che lo studente non vedente abbia le stesse necessità dello studente affetto da sordità? Per non parlare delle eterogenee problematiche fatte rientrare nell'ambito dell'amplissimo spettro autistico, problematica che coinvolge migliaia di famiglie e che non ha niente a che fare con le cinematografiche sindromi di Asperger. Per rispondere alle esigenze della singola disabilità ci vogliono competenze specifiche e mezzi specifici. Gli insegnanti, mi chiedo, ricevono le attività formative di aggiornamento professionale e gli strumenti necessari? Continuo a farmi domande: l’insegnante di sostegno deve quindi essere un tuttologo, con un bagaglio di risorse metodologiche e strumentali/digitali pressoché infinite? La scuola fornisce le adeguate strumentazioni digitali all’insegnante di sostegno, specifiche per quella determinata disabilità? 
Ogni intervento serio, di vero sostegno ai ragazzi e alle famiglie, deve tenere conto della specificità e dell’unicità della Persona. Per rispondere alle esigenze della singola disabilità ci vogliono competenze specifiche e risorse specifiche; ci sono?
Ho la sensazione che il mondo della progettazione digitale stia facendo gli stessi errori; qual è la figura specializzata nell’accessibilità informatica? Stiamo anche noi informatici cercando un tuttologo? Chi si occupa di deficit visivo e di ipovisione effettua ‘Scenari di envisioning’ prima di rilasciare una web application o un software per la didattica? Avete mai navigato i cosiddetti siti accessibili “a norma” di alcune province, comuni, università pubbliche?
Se di "Design for all" si vorrà continuare a parlare dovremo trovare un modo di concepire il digitale affrontando la progettazione e la comunicazione calandola sulle diversità, NON sulla globalità e sull’omologazione; di quello che doveva essere il nuovo umanesimo digitale facciamone il vessillo dell’inclusione sociale e quindi culturale e economica delle nuove generazioni.
La nostra generazione ne sarà capace? Sarà capace di preparare questo terreno ai nostri figli? L’evolversi delle pratiche sull’accessibilità e sull’usabilità in ambito digitale hanno bisogno di investimenti in infrastrutture e device di ultima generazione; ma la realtà stride con queste mie ridicole affermazioni: strutture fatiscenti, degradate e non a norma che i vigili del fuoco dovrebbero dichiarare inagibili, aule pollaio che le ASL dovrebbero chiudere, carenze croniche di impianti ed attrezzature, mancanza di aule speciali, laboratori, ausili tecnologici, informatizzazione, carta igienica, mancanza di impianti ed attrezzature sportive, gravi carenze igienico-sanitarie, non esistenza di mense, assenza di servizi e vera accessibilità delle strutture.
Possiamo, dopo queste premesse, avere una visione minimamente applicabile di ‘Design for all’? Ogni tentativo produrrà, nei migliori dei casi, la frustrazione di tutti gli attori in campo: famiglie, docenti, insegnanti di sostegno…e, dei nostri figli!
Solo oggi, con gravissimo ritardo, mi rendo conto che parlare di “Design for all” sia, oltre che superficiale e contraddittorio, ridicolo.

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